Testimonianze

Innumerevoli sono le testimonianze di guarigioni miracolose o di grazie ricevute, che si sono avverati per intercessione di Santa Agostina, a volte cosi' incredibili che neppure la scienza medica riesce a dare una spiegazione. Vi sono testimonianze di persone che hanno ripreso una vita normale dopo esser guarite da traumi gravissimi, cancro ed altre malattie giudicate inguaribili dalla classe medica. Non le troverete turre in questa pagina, per motivi di spazio, ma solo un caso emblematico e clamoroso, quello di Carlo Liverani.

Roma, 07/07/2002 - Carlo Liverani  - uno dei molti testimoni della santità e della grandezza di Suor Agostina Pietrantoni  -  racconta così la sua storia:

Hai avuto un mezzo miracolo!”

“Con queste parole il Primario dell’ Ospedale Nuovo Regina Margherita, Dottore ed amico - Professor Massimo Mulieri - mi dimise dopo quasi tre mesi di degenza.

Risposi: il Miracolo l’ ho avuto per intero, altrimenti non starei certo qui adesso. La mia disavventura iniziò il 30/11/1999. Dopo pranzo, verso le 14.00 circa, avvertii un piccolo dolore all’altezza dell’appendice, come se qualcosa mi pungesse dall’interno, accompagnato da sudorazioni. Mi stesi sul letto sperando che il dolore passasse, ma invano. Dopo qualche ora non ne potevo più e mia moglie mi portò al Pronto Soccorso dell’Ospedale Sandro Pertini dove mi misero su una barella in attesa di farmi una lastra. Dopo un’attesa un po’ lunga, mentre il dolore continuava ancora, venne il mio turno per fare la lastra. Fu un po’ problematico perché non potevo reggermi in piedi dai dolori. Fatte le lastre mi rimisero sulla barella e mi inserirono l’ago per la fleboclisi con antidolorifico. Pian piano il dolore iniziava ad attenuarsi fino quasi a scomparire. Dalle lastre risultò che avevo un blocco intestinale e dovevo ricoverarmi, solo che lì non c’era posto. C’era posto invece all’Ospedale Nuovo Regina Margherita, dove arrivai con l’ambulanza che era ora di andare a dormire. Passata una settimana tra analisi, lastre, T.A.C., ecografie, ecc…, mi operarono asportandomi una parte di intestino che si era strozzato e che i medici chiamano “briglia”. Tutto sembrava andare bene. Dopo alcuni giorni mi tolsero i tubi e tubicini che avevo addosso e cominciai anche a mangiare. Dopo soli due giorni le cose iniziarono ad andare male. Non mi andava più di mangiare. I medici mi dicevano di sforzarmi, ma non mi andava proprio. Comparve anche la febbre. La notte non riuscivo a dormire dai dolori, mentre la pancia mi si gonfiava ogni giorno di più, come se dovessi partorire da un momento all’altro. Mi fecero ancora una T.A.C. ed un’ecografia e videro che avevo la pancia piena di tutto ciò che fuoriusciva dall’intestino traforato dalla radioterapia del primo intervento – avuto circa dodici anni prima – e da  questo di pochi giorni fa. I medici parlarono con i familiari dando loro pochissime speranze perché se rimanevo così, sarei morto per la grande infezione che avevo dentro e se mi operavano non avrei potuto farcela visto le condizioni in cui mi trovavo. Decisero di operarmi, solo che dovettero aspettare alcuni giorni mi fecero di tutto per rimettermi un po’ : dalle trasfusioni perché i globuli bianchi erano arrivati alle stelle, antibiotici per la febbre, flebo per il nutrimento ed altre sostanze che adesso non ricordo. Dopo quindici giorni dal primo intervento, venivo operato di nuovo. Ero abbastanza tranquillo perché non sapevo tutto ciò che c’era da sapere sul mio stato. Prima dell’intervento mi inserirono un ago cannula di circa 15 cm. nel petto, in modo da raggiungere la vena aorta per l’alimentazione. Come nel primo intervento, prima di essere anestetizzato, pregai molto – specialmente S. Agostina – fino a che non mi addormentai. Ringraziando il Signore mi risvegliai, però mi portarono nel reparto di terapia intensiva perché ero molto debole. Come nel primo intervento avevo tubi, tubicini e fili da ogni parte, perfino un segnalatore luminoso sulla punta del dito indice come E.T. Avevo in più un tubo nella pancia all’altezza dell’appendice, e questa è la cosa più importante di tutta la storia. In quel reparto potevano entrare i familiari, ma solo uno alla volta, e tutti i giorni c’era una processione che mi faceva molto piacere. Stetti lì circa quindici giorni e poi mi trasferirono nel reparto dive ero prima. Senza quel tubo il liquido che mi usciva si sarebbe perso all’interno del ventre, perché non si rimarginava il tratto dove avevano ricucito l’intestino, e si era formata una fistola. Oltre quello mi venne anche la febbre, anticipata da forti brividi di freddo e con temperature che arrivavano anche a 41° C e per la quale dovevano farmi le flebo di antibiotici due volte al giorno, trasfusioni di sangue perché ero ancora molto debole (ricordo che non mangiavo né bevevo e che la nutrizione parenterale era la metà del fabbisogno giornaliero di una persona) e che dovevano interrompere se compariva la febbre. Per aumentare l’alimentazione, dietro ordine dei medici, inizia a bere prima del brodo di carne portatomi da mia moglie, poi un integratore alimentare che era molto disgustoso; ma era sempre poco. I medici vedevano tutti i giorni che nella sacca c’era il liquido che usciva dall’intestino ed erano molto preoccupati perché sapevano che la fistola doveva essersi già chiusa. Pensavano anche che era quella la causa delle febbri così alte, per questo mi facevano tutti i giorni ogni tipo di analisi. Mi dissero poi che sarei potuto uscire tenendo un sondino nel naso dal quale mi sarei dovuto alimentare con altri tipi di integratori, in attesa che la fistola si chiudesse, per poi rientrare in Ospedale per un eventuale intervento risolutore; ma sapevano che questo era impossibile. Pian piano cominciavo a pensare che forse non sarei uscito molto presto dall’Ospedale, o che non sarei uscito affatto, perché la fistola non si chiudeva. Per la testa cominciarono a circolare mille pensieri su cosa sarebbe successo. Tutte le sere, prima di addormentarmi, dicevo le mie preghiere, tenendo un santino di Suor Agostina nel punto della pancia dove usciva il tubo. Una di queste sere (che coincise con la morte di mia zia Lina) dissi le preghiere come al solito e mi addormentai.

Il giorno dopo, al risveglio, vidi con sorpresa che la sacca era vuota. Pensai che era una cosa passeggera e che poi avrebbe ripreso; invece niente, la sacca da allora rimase vuota. Dopo qualche giorno inizia a mangiare, mi tolsero l’ago per l’alimentazione parenterale e scomparve anche la febbre. Stetti ancora qualche giorno perché ero ancora debole, poi, il 16 Febbraio del 2000 andai a casa, dopo quasi tre mesi.

Naturalmente i medici rimasero increduli, per questo mi dissero:

         Hai avuto un mezzo miracolo, anzi tutto!”


Carlo Liverani aggiunge:
“Desidero ringraziare prima di tutto S. Agostina, per la sua intercessione alla mia guarigione; mia moglie che ha sofferto più di me non mancando un solo giorno; i miei suoceri, genitori, chi ha donato il sangue e tutti coloro, parenti ed amici che mi sono stati vicino, fisicamente e soprattutto con la preghiera. Grazie di cuore a tutti!” 

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